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Mister Suicidio (2017)

By Simone Corà | martedì 24 ottobre 2017 | 00:01

Il manuale del perfetto suicidio, da un'autrice perfida e affilata come una lametta. Mister Suicidio: una storia di inversa redenzione                                       

Se vuole davvero colpire a fondo, una storia estrema non può limitarsi al gioco dell’accumulo, ma deve andare per gradi. Il protagonista di questa ne ha tre da superare, prima di raggiungere il totale annullamento, la soppressione definitiva dall’esistenza, il raggiungimento della non-vita. La prima è il rifiuto del suicidio, la soluzione più facile per escludersi dalla realtà nel momento in cui la realtà è troppo soffocante per poterla ancora respirare. Lui è un adolescente con una madre bigotta, un padre che lo trascura e due fratelli che sono scappati alla prima occasione buona, la sua vita è uno sbando e non c’è soddisfazione nella quotidianità. L’unico piacere è accarezzare l’idea di chiuderla una volta per tutte, mettere un punto, fuck off a tutti quanti, ma la scoperta di un altro piacere, più viscido, nascosto, impronunciabile, lo devia gradualmente dalla fine prematura.
Mister suicidio che arriva in Italia tramite Independet Legions, è un po’ tutto così, una porta che si spalanca verso abissi di sgradevolezze umane sempre peggiori. Il ragazzo ama le malformazioni fisiche, si scalda con la violenza espressa, eiacula quando subentra l’omicidio. Gradi di follia scandalosa, troppo scottanti anche per confessarli a sé stesso, da reprimere fino a quando Mister Suicidio prima e il Triplice Sentiero poi non infettano la sua vita. Un romanzo difficile da spiegare perché è prima di tutto difficile da leggere, ma niente a che vedere con problemi di scrittura o di organizzazione narrativa, tutt’altro. È una storia fastidiosa, marcia, che scaraventa da realtà a incubo e da incubo a realtà con sonori schiaffoni, scambiandoli senza mai avvisare prima.
Ora il protagonista si trova in uno scenario di carcasse ed escrementi incolonnati in palazzi da incubo, ora si muove furtivo nella suburbia in cerca di una dritta per indirizzare la sua nuova vita. Prima era a casa a sfuggire dai latrati della madre, dopo è a colloquio con la Grande Bocca Oscura, un’entità infernale che divora e cancella solo chi dimostra di essere all’altezza dell’annullamento supremo. In un momento interagisce con persone in carne e ossa, in un altro il suo mondo è fatto di burattini anonimi senza faccia.

Poco più di duecento pagine per una storia che è un continuo scavare senza permettere mai una minima luce in fondo al tunnel. Qui ci sono solo incrostazioni umane che si sovrappongono e chiodi arrugginiti che impediscono di muoversi. Un linguaggio semplice, quello di Nicole Cushing, nonostante l’uso della seconda persona, parole chiare e pulite per un’esperienza complessa e difficile, che invigorisce il disagio e lo appiccica addosso, come se il ragazzo protagonista non fosse che un tramite per una prima esperienza in VR di quanto in basso si potrebbe scendere. Automutilazione, masturbazione in pubblico, aggressione, omicidio, gesti osceni immotivati, e via via sempre più giù, in una voragine di carne decomposta e immonda lussuria, un nero totale che deve molto a Thomas Ligotti
Un romanzo strano e doloroso, una storia di cruenta realtà ma che è allo stesso tempo horror purissimo e tagliente. Difficile individuarne l’andamento durante la lettura, meraviglioso lasciarsi cullare da questa sequenza di nefandezze raccontate da un’eleganza femminile che sa bastonare con pochi cenni.     

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