Jackals (2017)

By Simone Corà | venerdì 15 settembre 2017 | 11:30

Uscire da una setta può essere un bel casino, come in questo incerto ma feroce home invasion, dal regista degli ultimi capitoli di Saw    

Che strana carriera per Kevin Greutert. Dai rigurgiti gore degli ultimi due Saw, dove il trasloco in cabina di regia forse arrivava come premio dopo aver montato e rimontato l’intera saga in sala di editing, è passato all’horror innocuo dei pessimi Jessabelle e Visions, per venire quindi scaricato dalla Blumhouse e ritrovarsi a lavorare in semi indipendenza (è pur sempre distribuito da una major come la Eagle) con questo sghembo Jackals, dove riabbraccia molte caratteristiche dal cinema con cui si è formato. Spogliato quindi dalla presenza ingombrante del signor Blume e della Lionsgate, Greutert, su una sceneggiatura dell’esordiente Jared Rivet, recupera l’irruenza sanguinaria degli esordi e l’atmosfera spettrale di un cult come The Strangers, di cui aveva curato il montaggio nel 2008, e mette a ferro e fuoco una baita dispersa tra i boschi. 
La storia è quella di una famiglia a pezzi che assume un ex militare per rapire il figlio, da anni entrato a far parte di una setta di violenti fanatici. Una volta a casa, inizia un delicato gioco psicologico per frantumarne le nuove credenze e annullarne il lavaggio al cervello subito in questo periodo. Ma i suoi compagni chiaramente non accettano la situazione e accerchiano la casa dove il padre, la madre, il fratello e la fidanzata lo tengono quasi in ostaggio.

Un film come Jackals non può vantare grande richiami, la sua stessa arma migliore è qualcosa sfruttato altrove già molte volte ma ciò non toglie comunque un certo divertimento nel mix di atmosfere sulfuree e maschere di divinità mostruose che fuoriescono dalla nebbia. Non sappiamo molto di questo culto né dei suoi adepti, l’impersonificazione del male puro è una visione sicuramente banale ma fa il suo effetto grazie a una parata di maschere indovinate e a una ricerca ben studiata dei movimenti, che porta ogni adepto a muoversi al rallentatore in una sorta di enfasi ultraterrena che sottolinea ogni gesto.  
Il meglio Jackals lo offre nella violenza prorompente e irrazionale di queste figure private di ogni umanità, l’impatto visivo è infatti sempre robusto e doloroso con largo dispendio di fiotti di sangue, ferite profonde, lingue staccate e in generale sequenze che colpiscono per una ferocia acuta nella messinscena. La scena iniziale è un magnifico piano sequenza di sei minuti in soggettiva, e riprende un membro della setta mentre entra di notte in una casa e stermina l’intera famiglia che dormiva ignara. Greutet sa quindi gestire l’impianto truce senza per forza ricorrere a enormi spargimenti di budella, il gore è presente ma gli omicidi brillano proprio per la furia glaciale e incomprensibile di chi li commette.


Quello che non funziona è purtroppo l’allestimento psicologico, con una serie di dialoghi mai troppo superficiali ma più che altro mai abbastanza approfonditi, che rimangono sempre in un limbo desolante e lasciano tutto il confronto verbale a una serie di frasi di circostanza invero piuttosto fastidiose. Non aiuta molto la scelta di un cast davvero pallido, con un sole attore, Nick Roux nei panni del giovane Campbell, a ergersi per isterismi e animaleschi ma in fondo comprensibili spunti di riflessione. Ma il fardello più difficile da inghiottire è la scarsa tensione e la poca consistenza nel graffiare i momenti più rabbiosi. Per quanto veloce e serrato, Greutet non dovrebbe accontentarsi ma raddoppiare portando le mani al collo dello spettatore, invece non sono pochi i momenti di stanca dove l’esercito malvagio produce una pressione alla quale la famiglia protagonista sembra in realtà immune, persa com’è nei suoi drammi personali e nelle sue interminabili accuse l’uno all’altro.
Jackals è un film a metà, suddiviso tra un riuscito slancio battagliero e un soporifero approccio psicologico. Sa dove colpire e come fare male, ma quando c’è da chiarire l’argomento balbetta e va in corto circuito. Greutet è un regista che deve lavorare ancora molto, ma senza la torchiatura degli studios sarà forse più libero di sviluppare in futuro gli input sanguinari che scorrono nel suo DNA. Concediamogli questo passaggio.

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