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A Dark Song (2016)

By Simone Corà | mercoledì 23 agosto 2017 | 00:01

Dall’Irlanda, un horror che in realtà è un rituale lungo diciotto mesi. Quando la magia nera è l’unica soluzione per sistemare ogni faccenda           

Si è sempre cercato in molti modi di rispondere a un interrogativo feroce come “cosa saresti disposto a fare per”, sia nelle sue varie inclinazioni (rivedere una persona cara, vendicare una vittima), sia nella sua visione più generale (sopperire il dolore). Ma alla violenza, alla gestione del lutto, alla vendetta e a tanti altri spunti che hanno sempre alimentato il cinema horror, A Dark Song ribatte con una complessità e una concretezza raramente visti altrove. Cinema rituale, occulto ma anche profondamente spirituale, l’esordio su lunga distanza dell’irlandese Liam Gavin è un contorto e personalissimo approccio all’orrore attraverso una lunga preparazione fisica, mentale e ambientale al fine di evocare una divinità che possa permettere a Sophia di parlare con il figlio morto.
Il film è basato su materiale e studi autentici, nella fattispecie il Libro di Abramelin, un grimorio cabalistico dove un mago egiziano scriveva in forma epistolare al figlio i tortuosi diciotto mesi necessari per l’evocazione di un angelo custode, e la successiva acquisizione di conoscenze e poteri con cui inchiodare e comandare i maggiori demoni infernali. Storia che si fonde con il mito e che si basa a sua volta su secoli di traduzioni deficitarie, parziali o colme di errori, ma non priva di quel fascino dell’ignoto che accompagna la magia nera nella sua accezione più credibile – nel film stesso non viene infatti mai reso noto o quanto meno menzionato un elenco dei processi indispensabili per il completamento del rituale, soluzione che non priva in alcuni modo di attendibilità ma che viceversa rende ogni preghiera e ogni gesto pregni di un delizioso mistero.
Sophia e l’occultista Solomon sciorinano litanie incomprensibili, si prodigano in gestualità oscure, disegnano cerchi magici e bevono sangue offrendo solo alcuni input per una comunque sempre parziale comprensione dei meccanismi cabalistici, perché non è la penetrazione nelle dinamiche del rito lo scopo del film, bensì un lasciarsi andare a una progressiva scarnificazione psicologica per arrivare preparati e depurati all’incontro con il divino.

La purificazione di Sophia è un processo che comporta un allontanamento non solo da ogni piacere umano (se alcol e sesso sono i primi elementi da epurare, sono anche i primi di cui Sophia non ha più bisogno da tanto è forte la sua convinzione nell’esito positivo del rito), ma da ogni umana resistenza: la scrupolosità delle orazioni, la necessità delle posizioni all’interno dei cerchi, la pazienza di fronte al dolore e alle lunghissime tempistiche sono sfide che mettono a dura prova il suo organismo già deperito dal dolore e dall’incertezza nella riuscita dello spossante cerimoniale. A ciò si aggiungono una graduale ipersensibilità al reale svolgimento del tempo e all’alternarsi di realtà e allucinazioni, ma sono soprattutto il totale affidamento e il relativo abbandono a un uomo, Solomon, che è tutto fuorché la guida spirituale di cui una persona in questa situazione avrebbe bisogno, bensì un mago che sgretola una personalità d’acciaio come quella di Sophia, talmente decisa nelle sue intenzioni da non temere un faccia a faccia con chiunque esista dall’altra parte.
Non serve ricordare la bontà, il carisma, la forza e la fiducia che squadroni di esorcisti hanno comunicato a famigliari distrutti, e neanche quelle occasioni in cui conduttori capaci di equilibrare gli sforzi hanno nobilitato forza e rabbia come soluzioni al dolore – di certo si potrà ricordare il Solomon di Steve Oram come uno spiritista disadattato, egoista e perfido, che nessun interesse ha nell’evocazione se non un tornaconto personale fatto di soldi (pochi), fama (nulla) e appagamento (alle stelle). Sembra essere lui ad avere bisogno di chi accorre in suo aiuto, perché è lui stesso ad anteporsi a qualsiasi richiesta sfruttando, ferendo e umiliando Sophia con il meschino desiderio di raggiungere la fine del rituale e la compenetrazione tra i mondi.
Si sa che a scomodare i diversi piani spirituali si possono infastidire forze ben poco amichevoli, e il rischio maggiore che comporta il progressivo abbattimento dei muri separatori, necessario per far sì che la divinità percepisca la presenza di Sophia, è che molte altre presenze captino le sue preghiere e ne cerchino il contatto. Il terzo atto di A Dark Song, come copione vuole per ogni film horror che si rispetti, fa piombare l’oscurità su un ambiente però già tetro e scomodo, creando uno scenario infernale fatto di profonde, enigmatiche movenze e comportamenti animaleschi che possono ricordare, pur senza il ricorso a un simile gore sfrenato, il recente Baskin. È qui che A Dark Song raggiunge il suo culmine, sublimando mille sforzi in un’improvvisa ricaduta che rischia di mandare tutto all’aria attraverso pareti d’ombra, presenze che si muovono sullo sfondo e improvvisi assalti di bestie innominabili. Questo è grande cinema horror, fatto di scomode suggestioni, stati febbrili e ombre palpabili. Spesso non servono nemmeno i jump scares, se la tensione è così ben modellata.


Un film piccolo ma imponente, come spesso accade tra le sorprese più imprevedibili del cinema horror indie abbiamo a che fare con uno splendido equilibrio tra idee, esposizione e costruzione dell’orrore, con una personalità che svetta per intensità e per armonia con i due meravigliosi protagonisti, Steve Oram e Catherine Walker.  

7 commenti:

  1. Ti ho letto con un occhio solo perché questo film è tra i prossimi che vedrò, ero già molto curioso prima di questo tuo pezzo, grazie per l'assist ;-) Cheers

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    1. Di nulla. Anch'io ho atteso un po' prima di vederlo perché non riuscivo a fidarmi troppo della presenza di due soli attori, ma è una bella bombetta :)

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  2. Guardato proprio poco fa. Sinceramente non so ancora che pensare, il regista ha studiato, fa dire ai personaggi cose che solo chi è adentrato almeno un poco nell'occulto conosce, ma per il resto tira fuori un po' di sciocchezze e un po' di cafonate (quella finale se la poteva risparmiare in cira 200 modi diversi).

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    1. C'è da dire peró che non mi ha annoiato un secondo nonostante l'estrema lentezza e che ha un fascino psicologico incredibile.

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    2. Mah, sciocchezze e cafonate io non le ho viste, mi è sembrato un film compatto e ben pensato dall'inizio alla fine. Concordo però sul finale, anch'io lo avrei preferito diverso da un punto di vista decisionale eppure è giusto così, perché il personaggio di lei chiude il suo cerchio ed era forse la scelta migliore da fare. :-)

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    3. Parlo di sciocchezze relative al rituale, non dal punto di vista cinematografico ;)

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    4. Ah, okay, sì, ci può stare, anche se io sono rimasto così coinvolto da non aprire mai bocca :)

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