Okja (2017)

By Simone Corà | mercoledì 12 luglio 2017 | 00:01

Il nuovo film di Joon-ho Bong è un incredibile tuffo nel passato, quando i grandi registi e i grandi produttori facevano grandi film sci-fi                                        

C’è una possibilità concreta che Okja venga ricordato per due argomentazioni che poco o nulla hanno a che vedere con il lavoro in sé – cosa che purtroppo succede e succederà sempre più spesso in una ragnatela di critici online invadenti e saccenti che parlano con la bocca piena ancora prima di aver deglutito il boccone. La prima è quello strascico sciocco e borghesuccio che il nuovo film di Joon-ho Bong si porta dietro da Cannes, con le critiche a un’evoluzione finalmente concreta del cinema, che attraverso piattaforme come Netflix e le sue soluzioni innovative passa inevitabilmente per la macchina che lo sta anche uccidendo. La seconda forse è più affine all’argomento cinematografico ma, legata com’è alla carriera di un autore che ha sempre firmato pellicole forti, turbolente e brutali, non centra per me alcun bersaglio – anzi, va a sommarsi alla mole di parole indelicate che hanno colpito anche ingiustamente la pellicola.
Okja non ha molto a che fare con quello di cui scrivo su Midian, è un film per famiglie, con una imponente ma per nulla spiacevole impronta spielberghiana nelle atmosfere e nell’onestà, e finisce tra queste pagine più per l’amore per un grande, grande regista che per questa comunque interessante prova, ma è un lavoro con un suo sapore, in alcuni momenti, molto aspro e, in ogni caso, un blockbuster che va a distanziarsi parecchio dal ciarpame superficiale che è ormai diventato il mainstream tipicamente yankee, che di solito scanso a muso duro. E non è forse del tutto sbagliato squadrare con un certo timore un film sull’affetto indissolubile tra una ragazzina e un maiale gigante, quando nel passato di Bong ci sono storie su serial killer estremi, colossali mostri mutanti, treni distopici che attraversano mondi perennemente innevati e orrori lovecraftiani sepolti sotto strati di ghiaccio, ma nella crescita dei suoi personaggi e nei legami che favorisce si può notare come Okja sia un lavoro fedelissimo alla firma dell’autore, e che se di inevitabili compromessi bisogna parlare, perché sono tanto evidenti quanto in fondo innocui, non c’è un singolo istante in cui questo lungo, buffo e tenero filmone da 120 minuti rischi di perdere la sua innegabile traccia coreana.


Okja è uno dei tanti maiali creati geneticamente per soddisfare il fabbisogno alimentare di una crescita della popolazione senza precedenti. In grado di raggiungere le dimensioni di un autobus, e con una carne prelibata, Okja viene allevato in Corea da un vecchietto e dalla nipote Mija che, cresciuta assieme all’animale, ne è affezionatissima. Come vuole la tradizione, il mega maiale viene estirpato dal luogo dov’è cresciuto e portato in America per diventare cibo, e tutto il film vedrà Mija rincorrerlo in modi più o meno pericolosi per ridargli la libertà.
È una storia così classica che non può portare alla mente E.T., sempre per restare in quei territori spielberghiani con cui hanno addobbato l’estetica di Bong in occasione di questo film. Mija aiuterà un gruppo di eco terroristi dal cuore d’oro, e dovrà vedersela con una multinazionale decisa a ottenere il massimo dal prodotto su cui sta investendo capitali, ma nonostante la possibile drammaticità della situazione il tono è sempre molto leggero e colorito tanto che, anche in molte delle occasioni più cup, i problemi vengono risolti facilmente a suon di capitomboli e corse esagerate. Una commedia fantastica con un target famigliare per raggiungere il pubblico più ampio possibile, certo, ma Okja tocca invece vette raramente sfiorate da simili film negli ultimi tempi (non so, a me viene in mente solo Un ponte per Terabithia, ma forse dimentico qualche titolo), e lo fa con la sensibilità e l’intelligenza di chi modellava il mainstream in passato, quando la qualità era ancora il tassello fondamentale per una produzione.
Ma siamo in anni tutto sommato abbastanza felici, o quanto meno all’inizio di un periodo favorevole perché, accanto alle vaccate milionarie che infestano il cinema, nel mainstream è possibile trovare della buona fantascienza (I guardani della galassia, Star Wars Episodio VII), del buon, nuovo cinema adolescenziale (Deadpool) e addirittura del buon horror (Don’t Breathe). Quello che manca infatti non sono le qualità, ma le intenzioni, e se in tutti questi anni abbiamo assistito a un abbassamento culturale spaventoso, è palese adesso che anche il pubblico più generico esige maggiore attenzione ed è pronto ad accogliere produzioni che non trattino gli spettatori per deficienti.


Okja sarà un film semplice, tanto nella costruzione quanto nella morale, ma ha la prontezza di trattarsi con la necessaria, vitale importanza, partendo da una storia e da una serie di eventi molto significativi, approfonditi e soppesati con un ottimo lavoro di dialogo ed espressione. Non ci sono sorprese, né Bong si fa sedurre da modelli differenti da quelli ben conosciuti, segue uno schema classico e, all’interno dello stesso, lavora di dettagli costruendo pian piano caratteri dalla grande umanità anche se compressi da comicità slapstick o atteggiamenti ben al di sopra delle righe. Finezze come i dubbi affrontati da Lucy Mirando quando deve decidere come trattare il maiale gigante, o i rimorsi che divorano lo stomaco di Johnny Wilcox quando è alle prese con le prime fasi della macellazione, ma anche i contrasti che nascono all’interno dei buonissimi eco-terroristi, mostrano uno scrupolo che si incontra sporadicamente all’interno di un cinema così confortevole, dove i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivi. Non sono personalità spiazzanti bensì sfumature che, più che diversificare il prodotto, lo ripresentano al massimo del suo potenziale (anche grazie a un casting molto attento: su tutti bravi Seo-Hyun Ahn, Tilda Swinton e Paul Dano, che sembra scegliere sempre con grande attenzione i suoi film, esagerato ma simpatico Jake Gyllenhaal e forse un po’ sprecato Giancarlo Esposito).
Okja in fondo è questo: cinema per famiglie alla massima potenza, talmente ben strutturato e confezionato da funzionare proprio in virtù di quella vecchia dualità (per grandi e piccini) mai più recuperata negli ultimi tempi. Le riflessioni stimolate da una storia che parla di un mercato alimentare fuori controllo sono chiaramente scontate, ma c’è modo e modo di presentare un’argomentazione, e Bong per fortuna sceglie un approccio per nulla integralista o in qualche modo dittatoriale, preferisce invece incoraggiare un pensiero e possibilmente irrobustirlo senza per forza imporne un altro. Non si diventa vegani per moda, lo si può fare dopo attente considerazioni sui meccanismi sociali e sul ruolo che si vuole intraprendere all’interno di un’apparecchiatura che non può essere fermata, per questo Okja non è un film pro-vegetariano o cazzate simili, ma un lavoro che suggerisce, prepara, ricorda e anche semplicemente mostra come funziona il mercato della carne. Non è sulle immagini viscerali e sull’impatto feroce dell’abbattimento del bestiame che punta ovviamente Bong, ma ciò non esclude un paio di colpi bassi che arrivano dritti al punto proprio per la delicatezza evocata nell’intera pellicola. Non è facile porsi simili obiettivi e raggiungerli con quella che sembra una semplicità disarmante, la bravura sta proprio nel nascondere la complessità lavorativa che può sostenere quella che sembra una vicenda tanta esile e lineare.

Diciamo allora che Bong si è tolto lo sfizio di fare meglio degli yankee in casa loro, Okja è un grande film ed è giusto che vada visto, consigliato e rivisto. Ma magari fra un paio d’anni torniamo alle sue materie preferite, eh?  

8 commenti:

  1. Ho letto che Giancarlo Esposito è arrivato di corsa a sostituire un altro attore (mi pare Rhys Ifans), infatti risulta sotto utilizzato, unico difetto di un film che mi ha conquistato, dici bene, una storia semplice piena di contenuti, che a fine visione ti costringe a porti delle domande. Penso che sia ancora più complicato gestire una trama di questo film, Bong anche questa volta ha fatto un gran film. Cheers

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, la differenza sta proprio lì, nel saper costruire una trama semplice nascondendo tutta la complessità per definirla e levigarla. :)

      Elimina
    2. Concordo, le trame semplici possono essere le più complicate da gestire. Cheers

      P.S. Dalle mia parti abbiamo una coccarda per te:

      http://labaravolante.blogspot.it/2017/07/liebster-award-2017-ricchi-premi-e.html#more

      Elimina
    3. Grazie del pensiero, man :)

      Elimina
  2. Purtroppo non sono una gran conoscitrice del regista ma le polemiche che si porta dietro questo film paiono inutili anche a me: è un buon film, che potrebbe mettere d'accordo tutta la famiglia, ben girato, con degli effetti speciali strepitosi e un messaggio di fondo modernissimo. Che se lo sia accaparrato Netflix più che far pensare alla morte del Cinema potrebbe portare ad una riflessione sulla mancanza di coraggio delle major, sempre più concentrate su saghe e remake.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Recupera i suoi film, vanno in media dal bello allo strepitoso, non farteli scappare perché sono un gran pezzo di cinema. :)

      Elimina
  3. Filmone di quelli di una volte, che non ha paura di lanciarsi in territori più complessi di quelli comunemente toccati dagli amerregani. La mano coreana si vede eccome!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esatto. Anche se è un film puccioso, c'è quella solidità nella narrazione che non mi ha fatto dubitare neanche un secondo :)

      Elimina