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The Devil's Candy (2015)

By Simone Corà | venerdì 30 giugno 2017 | 00:01

Tra Metallica e Pantera, il ritorno di Sean Byrne è il film più metal dell’anno. Per un po’ di sano headbanging soprannaturale.                                                                             

Abbiamo atteso così tanto il ritorno di Sean Byrne dopo l’exploit di The Loved Ones, che credo un po’ tutti si aspettassero un film mastodontico come il precedente, in grado di affrontare con le stesse profondità e imponenza il significato di torture e violenze. E invece The Devil’s Candy è un lavoro di una semplicità incredibile, una storia che risponde a una struttura così essenziale in un modo del tutto sconosciuto dai tanti colleghi, così impegnati in rese visive e sovrastrutture da dimenticare l’efficacia della più fondamentale genuinità. Non è una questione di immobilismo, di refrattarietà o di quell’aspetto rudimentale che può spaventare molta gente, io per primo, di fronte a film che proprio sull’essenzialità costruiscono una complessità e uno spessore incomparabili: The Devil’s Candy è chiaro, snello, va da un punto A a un punto B mettendo subito in evidenza personaggi, vicende e motivazioni, senza richiamare misteri o colpi di scena che sarebbero potuti apparire superflui o, peggio ancora, artificiosi.
Non che questa limpidezza trasformi il film in qualcosa di innovativo, ma gestire una materia così basica e saperla rendere comunque interessante è un’operazione risolvibile solo con grande sicurezza e piena gestione dei mezzi a disposizione. Primo fra tutti, l’utilizzo dell’heavy metal in una sua espressione, per una volta tanto, che non serve a disegnare determinate atmosfere o precisi personaggi, facendo leva su quell’aspetto musicale che diventi giustificazione della storia, ma che invece fa parte della quotidianità di una famiglia normalissima che, a differenza di ciò che si può oggigiorno ritenere normale, trova nel metallo un normalissimo piacere culturale. E se quindi papà Jesse mette su un disco dei Pantera, non lo farà per evidenziare una particolare scena o per suggerire determinate emozioni (cosa che comunque succede lo stesso, è inevitabile ma prezioso allo stesso tempo), ma perché questo è un aspetto fondamentale del legame con sua figlia Astrid, fatto di headbanging, air guitar e salti sul letto, e proprio su questo legame si basa il fulcro del film.

L’affetto che li incatena l’uno all’altra è schietto e leale (e metal), Ethan Embry e Shiri Appleby lo esprimono sinceramente, di pancia, e c’è così tanto amore in ogni abbraccio che nei casini combinati da Jesse è facile rimanerci davvero male, come se il torto fosse stato commesso personalmente. Credo che Byrne abbia fatto uno splendido lavoro nel ritrarre il vincolo padre-figlia in una maniera buona e autentica, pur nella sua singolarità. Anche qui, un passaggio semplice sulla carta, ma difficile da costruire, perché si basa su facili sorrisi e improvvise, terribili sottrazioni.
Le mancanze di Jesse non dipendono da suoi problemi o da quei traumi che inevitabilmente colpiscono sempre le famiglie cinematografiche perbene, è l’elemento soprannaturale che lo ferisce e gli ottura il cervello confondendogli il presente. È una sensazione malvagia, un’essenza impalpabile, che forse scaturisce da Ray, villain memorabile, tanto puro quanto abominevole (ancora semplicità, difficile da gestire), che ha preso di mira Astrid e nessuno può mettersi sulla sua strada. O forse viene colta da Jesse stesso, che la trasmette ai suoi dipinti, con pennellate oscure e feroci che disegnano scenari infernali di bambini che piangono avvolti tra le fiamme, disintegrando progressivamente non solo il legame con la figlia ma anche un rapporto di coppia, anche qui, che non si basa mai su problemi insormontabili, scontri e lesioni, ma su una semplice ordinarietà dove le vere difficoltà della vita normale possano emergere.


Un killer spietato che vuole sacrificare una ragazzina, e un padre disperato che deve fermarlo: tolto il bell’aspetto umano, The Devil’s Candy è in fondo tutto qua. Con una grande colonna sonora metallica che parte dagli Slayer e arriva ai primi Metallica, passando per il drone dei Sunn0))). Chitarre grintose, voci aspre e ambient spettrale, perfette contusioni per dipingere un film da vedere.

7 commenti:

  1. Anche io ho apprezzato l’utilizzo del metallo come elemento di unione, chi ascolta questo genera sa quanto possa fare da collante. Il cattivo poi è spaventoso nel suo essere grottesco, forse il finale p il suo punto debole, ma solo perché come hai giustamente fatto notare è un film molto lineare, speriamo solo di non dover aspettare troppo il prossimo lavoro di Sean Byrne ;-) Cheers!

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    1. Per me il finale è la giusta conclusione: è semplice, pulita e molto, molto azzeccata, perché anche se banale è fatta così bene, nei tempi e nello svolgimento, non c'era bisogno di altro.
      E speriamo sì di non dover aspettare altri otto anni per il prossimo film di Byrne!

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  2. Semplice ma potente, diretto come un pugno in pancia: il bel cinema horror deve essere anche questo, non solo cervellotici giri intorno al mondo. Un'adorabile perlina oscura, fatta di attori bravissimi e un ottimo regista :)

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    1. Vero. Un film come questo dovrebbe avere spazio nelle sale e la possibilità di abbracciare un grande pubblico, la sua sarebbe una formula perfetta. :)

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  3. Scusa l'intromissione, ma premio per te sul mio blog!

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  4. visto, mi è piaciuto... mi è piaciuto tanto ^_^

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