Raw (2016)

By Simone Corà | martedì 13 giugno 2017 | 00:01

Il film più atteso del 2017: sporco, violento, affamato di carne cruda, eppure sensibile come pochi. La recensione di Raw.                                                                 

Il pericolo, con un film pur molto bello come Raw, è che il film di Julia Ducournau possa amaramente segnare un primo scoglio nel modo di raccontare una storia di formazione che si tinge abbondantemente di rosso. Se ci sono schemi e modelli che nel cinema di genere creano necessari impianti narrativi da sostenere, è anche vero che ciò che può far realmente contraddistinguere un lavoro dalla massa è il suo saper ergersi attraverso la coscienza e l’umiltà di chi, proprio con questi schemi e modelli, ha imparato i meccanismi e ha soprattutto capito come narrare bene una storia. Con Raw abbiamo forse a che fare con la riproposizione di un modello narrativo già largamente sfruttato, e che proprio in questo film trova in qualche modo sublimazione e arresto nello stesso tempo. Vediamo perché.   
La storia di Raw è la storia di Justine, matricola universitaria della facoltà di veterinaria. L’ambiente accademico in cui si inserisce, e dove già studia la sorella più grande, è piuttosto sgradevole: non basta infatti l’atmosfera tetra, a ciò si aggiunge un pesante nonnismo fatto di secchiate di sangue e pezzi di carne cruda da mangiare. Justine è da sempre vegetariana, ma non può venire meno alle pressioni dei più anziani, e per la prima volta ingurgita un pezzetto di ciccia.

Raccontare un momento di passaggio come quello che evidenzia la separazione, forzata o meno, dal tetto famigliare, va incontro a una serie di problematiche che l’horror, in particolar modo, può sempre approfondire o giustificare con la stessa forza enigmatica di quelle emozioni spiazzanti che fanno esplodere i diciotto anni. Justine è pura, innocente, e il muro sanguinario che deve scalare la metterà a dura prova non solo sul piano morale e fisico, ma anche su uno più profondo che non sapeva di possedere. Il profumo del sangue, il gusto e il bisogno della carne scoppiano di colpo in lei e la lacerano spaventosamente, scagliandola contro una serie di muri metaforici che la intrappolano in un labirinto di massima sensibilità ed emozioni incontrollabili.
La figura prorompente di una sorella presa come guida, ma che in realtà la tratta un po’ come le pare, è l’esempio del continuo disorientamento che fa da cardine in tutto il film: Justine ama, odia, necessita del contatto umano e poi lo rifiuta, ha bisogno di stare con gli altri e poi preferisce l’isolamento, vuole sballarsi, scopare ma non sa calcolarne i modi, in un’incessante ricerca di serenità interiore che possa rispondere alle domande che la dilaniano. Anche con il compagno di stanza gay, al quale si appoggia nei momenti più intimi, scopre più nebbia che chiarezza nella sua incessante analisi personale. E ben poco appoggio trova nei genitori, distanti anni luce nei loro schemi quasi autistici che però ben confezionano l’effettiva realtà da cui proviene Justine.


Di certo la Ducournau racconta benissimo la complessità dell’inserimento e dell’accettare gli altri e sé stessi in un momento anche di forte competizione, sottolinea la foga, l’impeto e la frustrazione con immagini potenti, tanto che non solo quelle prettamente rivoltanti feriscono in profondità. Raw non è quel film shock che il passaparola ha rapidamente e falsamente costruito (ma in fondo quale film rispecchia mai le aspettative?), anche se le sequenze forti non mancano e lasciano piuttosto sporchi e a disagio come se il sangue piovesse direttamente su di noi. Ma sono le diatribe scolastiche e familiari le vere rasoiate, sono dispetti e cattiverie con cui credo tutti si siano più o meno feriti negli anni di scuola, e non c’è dubbio che la sensibilità dell’autrice abbia sfruttato al meglio la purezza di Justine, sbattendola letteralmente da tutte le parti per modellarla a suon di cazzotti metaforici e non, che probabilmente avrebbe comunque ricevuto, anche se con minor intensità, in altri ambienti.
Dispiace più che altro che ci sia qualche imprecisione, d’altronde il film è molto compatto e queste leggerezze saltano più facilmente all’occhio: la facilità con cui la fame viene tenuta nascosta, o la mancanza del minimo intervento di polizia di fronte a non pochi omicidi lascia un po’ basiti, mentre suona stranamente bene e caratterizza quasi con un tocco distopico la parca presenza del corpo professori, quasi gli studenti vivessero e si alimentassero di un’autogestione eterna. 

Raw è una splendida espressione di post adolescenza e primo approccio con l’età adulta, ma forse, ricollegandomi a quanto scrivevo all'inizio, pecca di quella vigorosa personalità che abbiamo già incontrato in The Neon Demon e, ancora prima, in Carrie. Eppure abbiamo sempre bisogno di film con una simile carica avversiva e significativa, quindi vediamo di non fermaci qui ma di trovare nuove occasioni di grande confronto. Julia Ducournau è una di quelle che farà la differenza. 

4 commenti:

  1. Lo penso anche io che la Ducournau abbia iniziato alla grande sfoggiando grande conoscenza e personalità, il film mi è piaciuto moltissimo, uno di quelli che ho apprezzato di più in questa stagione. Cheers

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    1. Molto molto bello, secondo me però l'unica cosa che davvero manca è proprio la personalità, perché pur senza che il film ne risenta, si tratta pur sempre di una storia già vista molte volte, forse troppe con queste modalità. Però niente da dire, grande film.

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  2. Io l'ho trovato molto delicato (nonostante l'abbondanza di sangue) e particolare, lontano dai soliti modi di fare horror o di raccontare l'adolescenza in chiave "macabra".
    Qualcosa di The Neon Demon ci ho visto ma Carrie è lontano anni luce, al punto che (sempre dal mio umile punto di vista) non andrebbe nemmeno nominato nel post: secchiate di sangue a parte, l'ambiente in cui crescono le due protagoniste è totalmente diverso, in più Carrie è una paria mentre Justine, a modo suo, cerca di integrarsi al pare delle altre, bistrattate matricole. Justine una di noi, insomma, mentre con Carrie era proprio difficile rapportarsi.

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    1. Indubbiamente, ma il mio pensiero riguardava più che altro l'innocenza assoluta di queste protagoniste. La loro totale verginità diventa chiaramente combustibile di queste nuove e incontrollabili emozioni, ma mi piacerebbe che il tema venisse sfruttato anche attraverso altre personalità, più sfaccettate o magari più mature. E abbiamo visto come ci siano bravissimi autori e autrici in grado di gestire una simile complessità.

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