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Shelley (2016)

By Simone Corà | giovedì 6 aprile 2017 | 00:01

Dalla Danimarca, un horror di splendidi personaggi e terribili gravidanze: la recensione di Shelley                                                                                                           

Se trailer e locandina potrebbero circoscrivere l’argomento portante e bloccarlo con paletti davvero troppo grossi per stuzzicare qualche curiosità assopita, è invece davvero incredibile quello che Ali Abbasi riesce a fare con così poco a disposizione, sottolineando sì la semplicità di una gravidanza demoniaca simile a quelle accadute a moltissime altre sfortunate mamme cinematografiche (in primis Rosemary’s Baby, a cui è impossibile non associare un certo immaginario), ma modellando un incubo maestoso e annichilente che lascia ben più di un brivido.
Più che una storia da seguire, in Shelley spicca il rapporto tra due donne, separate da età, geografia e natura, ma unite da una sensibile e commovente necessità materna. Louise abita in riva al lago con il marito ed entrambi seguono una vita semplice e sana: coltivano ortaggi, allevano galline e non hanno bisogno dell’elettricità per essere felici. Purtroppo Louise non riesce a portare a termine una gravidanza e, ormai sopra i quarant’anni, si rassegna a non poter più essere madre.
L’incontro con Elena, una ragazza rumena assunta per aiutarla in casa a causa, forse, di una non troppo chiara salute cagionevole, e l’amicizia che ne nasce la spingono a chiederle di portare in grembo suo figlio pur di esaudire il suo sogno più grande. Ma, come si conviene a ogni buona storia del terrore, qualcosa comincerà ad andare storto. E la parte migliore di Shelley, contro ogni aspettativa, è proprio questa “qualcosa”.

È vero che abbiamo già visto e letto l’inevitabile sviluppo problematico che segue al concepimento, ma raramente un autore, soprattutto in questi ultimi anni di fecondazioni sataniche zeppe di balzi ed effetti cheap, ha saputo giocare con tanta maestria con una concezione dell’orrore così sottile. Prima di tutto perché l'argomento principe con cui era più facile inciampare viene del tutto scartato, in quanto non ci sono tracce di scuotimenti visivi e sussulti sonori, né di ormai comode e sciocche indicazioni infernali, tutt'altro: quella plasmata da Abbasi è una sensazione malevola, quel tipo di dolore impreciso ma difficilmente sopportabile, che lascia esausti e incapaci di agire come durante un sonno febbricitante.
In Shelley non ci sono risposte né momenti in cui la nebbia si dipana e permetta di intravedere una risoluzione, e non c’è modo migliore del non sapere, dell’ignoto più schietto e palese, per alimentare l’orrore. L’orrore è uno smarrirsi in un luogo che non si conosce, la distruzione graduale di ogni certezza, l’annullamento della più piccola materialità a cui aggrapparsi, il sopravvento di un impulso primitivo che non si può calcolare né controllare. L’orrore è la lenta scomparsa del quotidiano e la sua trasformazione in un qualcosa da cui fuggire. 
È difficile quantificare e descrivere quello che subisce Elena, se non la paura nella sua forma più concreta e schiacciante, il buio più assoluto, privo di appoggi, dove è possibile soltanto brancolare senza direzione fino a un punto cruciale dal quale non è più permesso tornare indietro. Il feto che cresce nel suo ventre è un grumo di materia nera, un tumore maligno che lascia senza speranza e le causa dolori tremendi, eppure ogni esame e ogni analisi risultano normali. Nessun errore, nessun’anomalia, nessun segnale d’allarme.


È grazie a questo compromesso tra disfacimento psicologico e fisico che Shelley diventa rapidamente un insieme di angosce palpabili e interrogativi disperati: Abbasi non fornisce alcuna soluzione ai quesiti sollevati, ma percezioni, sospetti, tentativi di districare nodi che solo un male innominabile può sciogliere. Il meraviglioso avvicinarsi tra Louise e Elena si disgrega così in un progressivo distacco feroce e bestiale, e l’affetto che legava due donne lontane si converte in sospetto e sfida, aspetti ben peggiori di un semplice odio, perché mai puri, mai veri, ma portatori di dubbi e ambiguità. 
Un film di piccoli dettagli e approcci realistici, quindi, che ferisce e tramortisce raccontando dell’incubo materno più antico con alcune tra le sensazioni e le immagini più difficili da assimilare (l’avvicinamento sessuale nella parte conclusiva è talmente sgradevole da trasformare l’erotismo in una massa ripugnante), e con una gestione sopraffina del soprannaturale, che crea picchi estremi di inquietudine (il bagno nella vasca, la cena con gli amici) sfruttando routine, consuetudini e semplicissime normalità.
 
Sembra che Ali Abbasi stia ora lavorando afianco di John Ajvide Lindqvist, se confermata sarebbe splendida, splendida notizia perché non potrebbe esserci accoppiata migliore per rimarcare la bontà dell’horror scandinavo. Un sconvolgente debuttante il primo nel trattare l’orrore di tutti i giorni, un bravo, sofisticato narratore di incubi quotidiani il secondo, entrambi alle prese con mezzi e ambizioni simili. Non resta che incrociare le dita.

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