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Mostruosa nostalgia: The Nest (1988)

By Simone Corà | venerdì 3 marzo 2017 | 00:01

Roaches have never tasted flesh… until now!                                                                                                         

Dalle montagne innevate di The Boogens passiamo al sole e all’isola di North Pole, dove tutti sono belli e felici ma anche ignari di essere prossimi all’invasione di uno sterminato esercito di scarafaggi. Ma le blatte protagoniste di The Nest differiscono dal comune insetto, saranno piccole e schifose uguali ma anni di esperimenti segreti in laboratorio le hanno rese immuni ai normali pesticidi e per di più le hanno dotate di una fame insaziabile. Cosa volete, negli anni Ottanta gli scienziati erano un po’ frivoli, nel porsi obiettivi.
Messo così, lo spunto ecologico del film di Terence H. Winkless non è poi tanto curioso, bisogna dirlo: un po’ la colpa è di una natura vendicativa che forse non fa grande impressione, e un po’ perché gli scarafaggi mutanti creati dalla malvagia INTEC, per quanto ingordi, non sembrano un gran rappresentante dei migliori mostri sepolti nel passato.
In realtà c’è parecchio altro materiale succoso da analizzare, capace da solo di dare una sterzata fortissima a un film che dopo una buona partenza inciampa e sfiora la noia più di una volta, ma andiamoci con calma.

Prodotto dalla Concorde Picture di Roger Corman, in quei tempi in cui ci si poteva ancora fidare dell’instancabile autore/produttore, The Nest appartiene alla più classica impostazione da disaster movie: abbiamo un paesaggio da cartolina, loschi affari politici, una minaccia incombente, qualcuno che sa ma che non agisce e qualcun altro che tace, un esperto che sospetta ma a cui nessuno dà retta, un bravo poliziotto dai saldi valori e un’immancabile storia d’amore con la bella e ingenua di turno.
La presenza di elementi così classici e identificativi non è un bene né un male, è un semplice dato di fatto, perché il film riesce a difendersi anche benino nella prima mezzoretta con un buon dialogo e un piacevole impatto disgustoso nel body count. I personaggi infatti sono ben inquadrati e illustrano la situazione della cittadina con una tranquilla quotidianità, c’è il giusto livello di banalità ma la leggerezza viene gestita con altrettanta ironia e i minuti scorrono che è un piacere.
Dall’altra parte intanto gli scarafaggi mutanti hanno detto no a una vita da onnivori e si sono fissati con la carne: le loro prede sono cani, gatti e ubriaconi, che divorano brutalmente e spolpano sino all’osso, permettendo a James M. Navarra di produrre alcuni tra i migliori e più sanguinosi effetti speciali dell’epoca, a base di carcasse decomposte, mucchi di ossa ancora ricoperti da brandelli di muscoli, mutilazioni, squartamenti e sangue copioso. L’impatto visivo di queste scene è molto duro e cruento, c’è quell’effetto disturbante tipico di molti film con ormai qualche anno sul groppone, e vedere all’opera gli scarafaggi lascia un certo disagio.


Purtroppo, a una così buona partenza, non corrisponde un altrettanto valido svolgimento, il film zoppica, diventa ripetitivo e subisce ben più di un colpo a vuoto mentre i buoni si alleano con i cattivi pur di fermare l’avanzata delle bestiacce carnivore.
Svaniscono le uccisioni e con esse scompare l’elevata crudeltà delle immagini, ci sono alcuni what the fuck parecchio allarmanti (l’ingenuotta con gambe e ciabatte ricoperte di melassa) e Winkless sembra trovare molto più interessante filmare discussioni tra sindaci, consiglieri e poliziotti che sbudellare ignari cittadini.
Ma poi, per fortuna, arrivano i mostri.

L’arma segreta degli scarafaggi è la capacità di assumere l’aspetto delle vittime che mangiano, ne assimilano in qualche maniera i geni e si trasformano in repliche più ripugnanti e anatomicamente scorrette. Non è dato sapere come funzioni realmente il meccanismo e perché inizi a manifestarsi solo nel terzo atto del film, ma è così un bel vedere che ogni reclamo deve venire zittito dagli applausi.
Un gatto mostruoso è il primo avversario affrontato dai nostri eroi, al quale segue un umano privo di pelle e con le ossa esposte, per finire in bellezza con una creatura gigantesca piena di teste e braccia. Non si può forse parlare di grande inventiva, perché il richiamo a La cosa è abbastanza evidente, soprattutto nella final battle, ma la potenza di questi avversari è così improvvisa e irruenta da lasciare enormi e inaspettati sorrisi: il gatto è un meraviglioso intreccio di tendini e zanne animato a passo uno, l’uomo è un colosso di carne putrefatta che fuoriesce dalla propria pelle in un rigurgito di liquami, e la madre è un delirio forse poco sensato ma entusiasmante di pezzi di cadaveri e con una furia distruttiva senza pari.
Il contraccolpo è così forte che lo stesso film cambia marcia e alza l’asticella di sangue e ironia. Sparatorie stracolme di viscere volanti, arti strappati e teste maciullate vengono commentate da personaggi che di botto grondano carisma e macinano battute ficcanti e rasoiate beffarde davvero indovinate (l’esperto di insetti diventa all’improvviso un mito ineguagliabile), iniettando una grande energia a un film che sembrava averla persa tutta per strada.


Cala finalmente il buio della notte, gli scenari si fanno più scuri e fatiscenti, dalle strade assolate si passa a laboratori segreti e sotterranei, e si finisce a strisciare in una grotta dove un groviglio di uova mutanti sono ormai prossime a esplodere. Bella quindi questa evoluzione di toni e atmosfere, dispiace solo per quella parte centrale inceppata che rischiava di far affondare tutto. 

Insomma, alla fine è un buon passatempo, credo valga la pena recuperarlo.

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