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Rats (2016)

By Simone Corà | lunedì 27 febbraio 2017 | 00:01

Un curioso progetto tra documentario e film horror, dal papà di Supersize Me                                                                  

Da non confondere con l’omonimo cult micidiale di Bruno Mattei, dove una truppa di scimuniti combinavi disastri demenziali in una delle più becere post apocalisse mai inscenate dal cinema b-movie tricolore (a essere sinceri è difficile da confondere, ma a leggere il titolo la mia mente va dritta dritta agli uomini topo con la tuta radioattiva che imperversavano nel finale di quel vecchio, indimenticabile trash movie), Rats è il nuovo documentario di Morgan Spurlock, che in Italia conosciamo solo per Supersize Me, opera che gli ha anche appiccicato addosso un’etichetta di autore anche non troppo intelligente.
In realtà mr Spurlock ha raccolto ben più spessore in patria con altri lavori (argomentando su Bin Laden, la pubblicità e il mondo dei comic) che non ho visto ma che lo precedono di fama e sembrano abbastanza curiosi, rendendolo quantomeno un autore trasversale (ne ha fatto pure uno sugli One Direction) e senza timore di affrontare i generi.
Che Spurlock sappia costruire un documentario è infatti lampante, e questo Rats è un esempio soprattutto a livello di tecnica e di veicolo delle immagini, dato che il materiale raccolto è stato così tanto manipolato e ricostruito da arrivare a creare qualcosa di bizzarro e in qualche modo indefinibile,  molto diverso dal documentario tipo per mezzo di una narrazione implicita che trasforma l’opera in una sorta di vero e proprio film dell’orrore.

È vero, si può dire che a Rats manchi un approfondimento più marcato, o che magari nelle interviste presentate non si scavi mai davvero a fondo per toccare quei tasti che solo i documentari migliori sanno far risuonare, ma non credo fosse questo l’intento ultimo di Spurlock. Lui fotografa alcune periferie tremende di alcuni tra i posti peggiori del mondo e le assembla come se fossero scene di un film, componendo così una vera e propria storia dove la minaccia dei topi sembra un qualche risveglio di entità sotterranee intente a conquistare tutto ciò che sta sopra la loro testa.
Ora, l’universo dei topi è un qualcosa che non riusciamo mai realmente a percepire perché i topi, in fondo, hanno sempre fatto parte delle nostre vite e, da che mondo e mondo, hanno sempre vissuto in un qualche tipo di contatto con l’uomo. Sappiamo che portano terribili malattie ma magari si ignora che in Vietnam li mangiano (e sono pure un piatto prelibato). Sappiamo che germogliano nei terreni più paludosi e sporchi ma magari si trascura che a New York la spazzatura venga lasciata in strada e faccia da culla a intere colonie. Sappiamo che in India le condizioni igieniche non sono delle migliori ma è facile sottovalutare che i topi possano rappresentare una fonte alternativa di guadagno.
E anche se il gran lavoro di montaggio e l’indovinata strategia iniziale creano un prodotto curioso e deliziosamente furbetto, Spurlock fa ciò che un documentarista dovrebbe fare: osservare. Squadre di cacciatori che uccidono ratti a mani nude, cani addestrati a stanare e sbranare i topi che si nascondo nei campi della campagna inglese, clienti golosi che vengono da tutta l’Asia per abbuffarsi di topi cucinati in decine di maniere diverse, ricercatori che sezionano ed esaminano i parassiti che infestano gli organi dei topi raccolti, e via così.
Da una parte Spurlock assembla questi sfondi come se fossero delle vere e proprie modalità di sopravvivenza all’inferno che presto invaderà la Terra, dall’altra evidenzia semplicemente una serie di approcci, se così li vogliamo chiamare, al problema. Perché, in definitiva, i topi ci sono e ci saranno sempre, e non è tanto sulla loro esistenza che si basa il fulcro dell’opera, bensì su una semplice domanda: come ci convive l’uomo?


Spurlock non nega niente alla telecamera e inquadra ogni tipo di morte possibile: i topi finiscono avvelenati, squartati, mangiati, spellati, sbudellati, strozzati e decapitati in gran misura. Molte immagini sono ripugnanti e nell’insieme la visione non è di certo tra le più leggere, ma al di là delle critiche abbastanza frivole sulla scelta di filmare tutto, ciò che emerge sono alcuni aspetti realmente terrorizzanti sull’evoluzione dei topi, sulla progressiva resistenza ai veleni, sull’intelligenza con cui i gruppi più numerose sfuggono alle trappole, e su ciò che potrebbe concretamente accadere se la situazione sfuggisse di mano. Non una cosa così impossibile, tra l’altro. 
Il modo in cui si presenta Rats è frutto di un’abile ricerca estetica ed è anche un divertente metodo alternativo per parlare di un orrore atavico, ma oltre all’apparenza quella stessa paura primitiva affiora piano e sembra sfiorare la schiena con dita gelide. 

2 commenti:

  1. Hai ragione Morgan Spurlock tende un po' al furbetto, ma mi piacciono i suoi documentari, non sapevo ne avesse fatto un altro, grazie per la segnalazione rischiavo di perdermelo. Cheers!

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    1. Neanch'io lo conoscevo, più che altro perché non seguivo molto il regista. E' arrivato un po' così, per sbaglio, girovagando su Netflix. :)

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