Eat (2014)

By Simone Corà | martedì 21 febbraio 2017 | 00:01

Un film gustoso per perdere l'appetito                                                                                                                

Ho ancora una manciata di cose interessanti sul 2016 di cui scrivere, mi sono scappate sul finire dell’anno e conto di tappare i buchi nelle prossime settimane. In compenso non ho parlato di tre grossi film come Green Room, Don’t Breathe e The Neon Demon, per vari motivi li ho visti molti mesi dopo le loro uscite e credo che il web italiano non abbia bisogno del mio parere per sapere che sono molto belli: non è una lagna o un discorso legato alla piccola portata del fhtagn blog, bensì alla portata stessa di simili opere.
Potrei dire che siamo in un posto infestato da squali e che bisogna nuotare alla svelta, perché se arrivi tardi ti sbranano. Ma pubblicare un pezzo quando tutti gli altri ne hanno già parlato non cambia più di tanto la visibilità sui motori di ricerca. In realtà il ragionamento è un po’ diverso, perché mi limito a scrivere di quello che mi piacerebbe trovare in un altro blog, o sito, o realtà, insomma, avete capito.
Come immagino capiti ai miei colleghi, ho una grande, grande fame di cinema horror di piccolo taglio, non sono mai sazio e continuo, continuo a setacciare ovunque. È inevitabile che, a scavare tra torrenti e portali dedicati con una perseveranza ossessivo-compulsiva, non mi soffermi su cose che già conosco. Lo so già che Green Room e Don’t Breath sono belli, ne hanno parlato tutti.
Un lettore (seguite il suo blog, moltissime segnalazioni interessanti, è uno dei pochi che clicco quotidianamente nella speranza di più aggiornamenti) mi dice che amo il cinema di genere che non ha visto quasi nessuno, ed è verissimo. Io ho bisogno di gemme più nascoste, difficili da trovare, quelle che si riesce a rimirare solo dopo decine di cantonate e vagonate di trailer speranzosi.

Io ho bisogno di cose come Eat.

L’esordio di Jimmy Weber è un minuscolo film uscito in VOD sul finire del 2014, poco conosciuto, che sembra non aver girato molto i festival, racimolando giusto un paio di premi in organizzazioni minori. Non ne ho letto molto in giro, l’avevo adocchiato a suo tempo ma la poca consistenza delle chiacchiere web me l’ha fatto dimenticare, salvo poi riuscire a recuperarlo in questi giorni.   
È un vero peccato che sia passato così inosservato e che non abbia ricevuto il riscontro che meriterebbe, è un bel contributo al body horror e ha parecchia potenza in più rispetto a recenti compagni maggiormente celebrati (American Mary, Excision, ci metterei pure Thanatomorphose), tanto nelle soluzioni gore ultrascioccanti quanto nell’estetica, molto simile a quanto avrebbe fatto un paio di anni dopo Refn con The Neon Demon, seppur privo di un eccesso stilistico così personale.
Eat è una storia di arrivismo frantumato, di sogni così spinti da sviscerare pura malvagità: Novella McClure ha ormai trent’anni e vagabonda di provino in provino nella vana speranza di poter ancora sfondare in un mondo, quello del cinema, che più volte le ha mostrato di non avere bisogno di lei. Stanca, disillusa, conscia che la sua vita non ha senso, è pronta a salutare Hollywood, quando un ultimo piagnucolio cinematografico la tormenta fino a farla infuriare. È in quel momento che scopre di avere fame.


L’autocannibalismo non è considerato un disordine mentale, ma appartiene comunque a quel range di disfunzioni ossessivo-compulsive che conducono inevitabilmente verso schizofrenia e simili. Di certo Novella non sta bene, è esaurita e stressata da una scelta di vita che, dal suo punto di vista, l’ha tradita con un coltello piantato sulla schiena. Quando sono nervoso, io mi mangio le unghie (e per alcuni sembra che anche questo sia autocannibalismo), lei invece si divora i piedi e le braccia, ha un impulso irrefrenabile che il suo corpo ha irregolarmente direzionato su se stesso, e solo così ritrova una parziale serenità.
Le sequenze voltastomaco sono furiose, insistite e allucinanti, in più di un’occasione mi è capitato di distogliere lo sguardo (quando ci sono unghie spezzate di mezzo io devo gettare la spugna, per quanto mi riguarda sono tra le più ustionanti di sempre), gli effetti sono più che discreti e colpiscono come un cazzotto dritto sul naso. Ma il pregio maggiore di Eat è la leggerezza con cui Weber riesce a calibrare queste parentesi ripugnanti con la quotidianità tragicomica di Novella, l’impatto è molto forte e lascia disorientati ma l’apparenza molto colorata e musicalmente pompatissima, con un amore puro per gli anni Ottanta che non si trasforma mai in operazione nostalgica, risucchia ogni disgusto e non ne lascia che vaghe tracce, simili a quelle impalpabili di un incubo.  
I momenti in cui Novella deve automangiarsi sono infatti governati da uno stato di trance visiva-musicale di grande gusto, la direzione precisa e ispirata di Weber e l’accompagnamento tecnoelettronico (le musiche, così come la sceneggiatura e il montaggio, sono opera sua) lo sottolineano con un ritmo marziale che scandisce ogni istante del delirio gastronomico.
Lei è raggiante anche nei momenti di maggior devastazione, vederla zoppicare nei tacchi pur di partecipare a un provino, quando sappiamo che a quel piede zoppo mancano delle dita che lei stessa ha ingoiato, lascia sempre basiti, e Weber riesce a dipingerne una splendida figura disillusa, amara, triste e sola. 

Il resto del film viene costruito con scene tra la commedia e il dramma con un’ironia in sottofondo sempre perfida e stronzetta: tra battibecchi tra amiche, ricerca di amori, scontri in discoteca e lotta con le rivali i punti focali della vita di un’attricetta senza futuro vengono toccati tutti, ma probabilmente il momento migliore di Eat è il provino con il regista porno, cinque minuti davvero acuti e gestiti con una professionalità non altrettanto brillante nel restante minutaggio.
A danneggiare buoni propositi e aspirazioni sicuramente elevate sono dei dialoghi statici e preimpostati, un epilogo troppo disumano e stonato, e soprattutto un cast non all’altezza dei ruoli previsti, con attori che sovrarecitano quando solo Meggie Maddock sa distinguersi per sorriso smagliante e ottimismo sfrenato. A tratti si soffre infatti oltremisura il taglio economico, ed è inevitabile: Eat è un film minuscolo e non c’è modo di nasconderlo. 

Ma è comunque una piacevole sorpresa, e Weber un ottimo regista da seguire.   

2 commenti:

  1. Non ne avevo mai sentito parlare, grazie per la segnalazione.
    Blissard

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